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Per un’idea ARCHITETTURA CONCRETA


Dal latino: concretus, participio passato di concrescere composto di con e crescere. 
La radice etimologica di concreto è “kere” dalla quale derivano creare, crescere e anche cereale, ha quindi a che fare con l’agricoltura, cioè con una condizione stanziale, legata alla terra, ai luoghi. L’agricoltore prima di raccogliere coltiva, per coltivare deve conoscere, non accetta semplicemente, né si adegua: passa dal nomadismo alla stanzialità. 
Concreta è un’idea di architettura secondo cui l’abitante, il progettista e il costruttore devono indagare e conoscere, non semplicemente accettare e adeguarsi.
 
 
Perché vogliamo parlare di “architettura concreta”?
Per contrastare l’impoverimento generato sui paesaggi, sui manufatti e sulla vita delle persone, dall’edilizia pragmatica,  terreno d’azione del professionismo, che agisce con l’unico riferimento del “mercato”, puntando esclusivamente alla massima efficacia contingente e alla minima prospettiva generale, sia rispetto al passato, che ai destini futuri.
Naturalmente quando lamentiamo la perdita di identità e qualità nell’habitat contemporaneo, sappiamo di non poterla superare recuperando arcadiche organicità. La società organicamente legata al territorio che ha prodotto la città e la campagna storiche, non esiste più. Ogni atteggiamento vernacolare è solo una risposta superficiale alle richieste del mercato. Non vagheggiamo quella organicità, ma nemmeno accettiamo l’attuale schizofrenia, se non altro perché non produce risultati esteticamente e tecnicamente accettabili, ma solo banalità, povertà e insignificanza dei manufatti e dei paesaggi.
 
L’architettura concreta la immaginiamo qui applicata all’edilizia residenziale; negli altri casi il discorso è identico nei principi e un po’ diverso nelle pratiche. Quello che proponiamo è un recupero di organicità nel processo che conduce alla costruzione del proprio habitat, il ricostituire, in qualche modo, la comunità che progetta e realizza.
 
Sulla base di alcuni fondamenti (la sensibilità per il contesto, il principio di necessità, la partecipazione, una certa idea di durata) vogliamo dare dell’architettura concreta una definizione in forma aperta, come in un canovaccio provvisorio.

 
L’architettura concreta: 
- non è un solo modo di affrontare il progetto;
- non è un processo intellettuale ma un progetto intelligente (che vuole intelligere: capire la realtà e relazionarsi con essa);
- non è uno stile né un linguaggio, tuttavia propende per forme ed espressioni sobrie, nette e sincere;
 
 
E’ un’idea di architettura che:
- si confronta con il fatto fisico, la materia, le condizioni reali, i costruttori e gli abitanti;
- è attenta ai luoghi, oppone alla genericità dei modelli astratti, la sensibilità verso le condizioni locali;
- presuppone una concezione del territorio come risorsa unica non ripetibile, patrimonio da ricevere, capire, salvaguardare e tramandare;
- è sostenibile;
- mira a rendere consapevoli che possedere una casa significa gestire uno spazio, mantenere un manufatto, vivere un luogo; 
- ha grande rispetto del tempo, si confronta con la durata;
- non è definitiva, sa che ogni manufatto può essere trasformato, ogni trasformazione è un passo nella continua ridefinizione di un luogo;
- Sa cogliere l’occasione, è aperta all’imprevisto; 
- considera l’edificio come fatto concreto per il quale il come è fatto, come funziona, come va mantenuto e riparato non sono problemi da delegare ma temi del progetto;
- considera tanto il progetto quanto la costruzione nell’ottica della consapevolezza, ecologia, economicità;
- intende restituire qualità tecnica, professionale, progettuale, al processo di trasformazione dell’ambiente
- predilige l’idea di un adeguamento critico al contesto piuttosto che una estetica dell’unitarietà;
- considera la forma non come dato a priori ma come risultato dell’interazione tra diversi fattori: ambiente, attori, occasioni, saperi;
- mette in comune saperi e competenze, accetta i contributi di altre discipline;
- considera l’habitat come frutto di un processo collettivo cui partecipa anche l’architetto;
- ha una concezione non dottorale del ruolo progettuale; 
- promuove la consapevolezza dell’utente, la riappropriazione dell’edificio come oggetto conosciuto e non oscuro;
- incoraggia una idea di solidarietà e gestione partecipata del processo di progettazione/costruzione;
- considera la città come entità collettiva, complessa, ricca di qualità;
- ricerca la trasparenza delle scelte progettuali e tecniche;
- è antiretorica;
- è aperta e leggera;
- ama la luce, i colori, gli elementi tattili;
- considera i parametri economici, giuridici, amministrativi del progetto senza farsene fagocitare;
- intende arricchire il processo di costruzione e trasformazione dell’ambiente portando elementi di qualità tecnica, professionale, progettuale, di relazioni, economica; 
- è esplorazione da intraprendere ad ogni nuovo progetto senza soluzioni preconfezionate;
 
 
In conclusione ci piace citare alcune riflessioni di Junzo Yoshimura (1908-1997) professore alla Tokyo National University of fine Arts and Music:
“purezza, cioè materiali da costruzione usati onestamente e strutture composte soltanto di elementi necessari”
“spazi confortevoli, se una casa ha un centro di gravità, prima di tutto c’è stabilità conseguentemente c’è serenità e questo conduce allo stare bene”
“obbligo sociale di prendere atto che ogni singola casa trasforma l’ambiente anche per le generazioni future”
“obbligo per gli architetti di  progettare cose reali, senza sfuggire all’esistenza delle cose in se stesse”
“percepire profondamente la complessità del luogo, guardando come arriva la luce del sole, come cade la pioggia, quali percorsi fa il vento, il rapporto con la disposizione delle strade, per far emergere, naturalmente, la forma”